38 – L’albergo

motor-768750_640Era difficile sostenere una conversazione omettendo il fatto di essere inseguiti da non si sa bene quante persone e di rischiare di crepare per mano di chissà chi. Eppure, io ed Elisabetta ci riuscimmo. Era dalla sera della mia confessione che non parlavamo tranquilli, faccia a faccia, senza paura. Era bello.
Anderlecht stava in silenzio. Teneva il volante con due mani e la schiena dritta e aderente al sedile.
Dopo poco meno di un’ora dalla partenza, lo stress e il calo di tensione ebbero vita facile su Elisabetta. Appoggiò la testa sul finestrino e si addormentò.
Per cinque minuti buoni dentro quell’auto non venne articolato neanche un suono. Ogni faro che incrociavamo, ogni luce, ogni insegna era un motivo per non guardare Anderlecht. Lui almeno aveva la scusa di stare guidando.
«Scusa se ho ti sparato» disse all’improvviso mentre fissavo la scritta luminosa di una fabbrica di ascensori.
«Ah figurati, può capitare a tutti.»
«Appena saremo un po’ più tranquilli parleremo con calma di tutto.»
«Ok.»
Altri due minuti di silenzio.
«Elisabetta è al sicuro con noi?» chiesi.
«No, ma lasciarla a Padova sarebbe stato peggio. Celtic ed Everton sanno che tieni a lei. Almeno così potremo lasciarla da suo nonno. Lì non dovrebbe correre pericoli.»
«Capisco.»
«Non sembri convinto.»
«Più che altro sono confuso.»
«È normale.»
Arrivammo all’altezza dello svincolo con la A21. Mi aspettavo di girare in quella direzione, ma Anderlecht lo superò, andò oltre e prese l’uscita successiva.
«Dove stiamo andando?» domandai preoccupato.
«Facciamo una piccola deviazione» rispose Anderlecht mentre controllava lo specchietto.
«Perché?»
«Meglio così.»
Evitai di fare altre domande.
Finimmo su una strada di campagna simile ad altre mille. Eravamo da qualche parte, non molto distanti da Brescia.
Dopo mezz’ora, sentii le palpebre farsi pesanti. Scivolai sul sedile, pronto a lasciarmi vincere dal sonno.
Un botto.

Mi svegliai di colpo spalancando gli occhi.
Anderlecht diede un pugno sul volante e imprecò a voce alta. La macchina a poco a poco rallentò, fino a quando non si fermò del tutto.
«Che cazzo succede?» chiesi.
Anderlecht non rispose. Scese e andò ad aprire il cofano. Vidi solo una nuvola di fumo che partiva dal motore.
Tornò dopo qualche secondo stringendosi la parte alta del naso tra due dita.
«Abbiamo fuso il motore» annunciò cercando di non incrociare il mio sguardo.
«Cosa?» reagii incredulo.
«Sveglia la tua amica. Proseguiamo a piedi.»
«Pensavo che questa macchina la trattassi come un gioiello.»
«Scusa se ultimamente ho dovuto pensare di più a salvare il tuo culo
«Lasciamo stare.»
Svegliai Elisabetta e le spiegai cosa era successo. Anderlecht recuperò una borsa dal baule. Era piena di vestiti sporchi, ma nascosti dentro una tasca c’erano dei soldi. Denaro per le emergenze, lo aveva definito lui.
Vedemmo l’indicazione per un albergo e ci incamminammo. Ci volle quasi un’ora a piedi.
Era quasi l’una e mezza di notte quando arrivammo, ma trovammo comunque una ragazza in reception che fu molto cordiale. Prendemmo una stanza tripla.
Quando mi sedetti sul letto sentii dolore in tutti i muscoli. Elisabetta si distese vestita su un fianco e poco dopo si addormentò.
Io e Anderlecht eravamo seduti uno di fronte all’altro.
Rimasi in silenzio.
«Io e te dobbiamo fare una lunga chiacchierata» disse piegandosi in avanti.
«Lo so.»
Elisabetta si girò sull’altro fianco. Le gambe erano piegate, le mani strette sul petto, il respiro leggero.
«Da dove inizio?» chiese Anderlecht.
Mi alzai facendogli cenno di seguirmi. Entrammo tutti e due in bagno e chiusi la porta.
«Parliamo qua» dissi mentre abbassavo la tavoletta del water.
Strabuzzò gli occhi.
«Perché?»
«Non voglio disturbare Elisabetta.»
«Ho capito. Mi accomodo allora» disse sedendosi per terra con le gambe incrociate e la schiena appoggiata alla porta.
Io presi posto sul water.
«Partiamo dal principio.»
«Cosa vuoi sapere?»
«L’origine della missione e perché ci sono finito di mezzo io.»
Si passò una mano sulla bocca e annuì.
«D’accordo» si fermò e prese fiato. «È iniziato tutto quasi un anno e mezzo fa.»
Mi sporsi in avanti e incrociai le mani. Avevo quasi paura di ascoltare quelle parole.

bed-linen-1149842_640«Siamo stati contattati dalla Zoratti. Aveva una missione da commissionarci.»
«Trovare Frank Parise?» chiesi.
«Sì, esatto. All’inizio pensavamo fosse addirittura uno scherzo. Cazzo, Frank Parise, uno talmente inafferrabile da essere considerato quasi una leggenda, un’invenzione.»
«Poi però avete accettato.»
«Dovevamo farlo, ha pagato un anticipo, una grossa somma.»
«Quanto grossa?»
«Non saprei dirtelo. So che c’è stata una trattativa coi piani alti. Ho sentito solo delle voci, niente di ufficiale. Più di qualcuno però mi ha confermato che lei si sia impegnata a versare all’organizzazione una cifra totale spaventosa in caso di buona riuscita della missione.»
«Ok. La mia entrata in scena quando è avvenuta?»
«Ci arrivo. L’inizio della ricerca non fu per niente facile. In pratica non sapevamo da dove partire. Impiegammo quattro mesi a trovare una prima pista e alla fine si rivelò pure essere una perdita di tempo. Infiltrammo i nostri uomini dappertutto. Fu una cosa enorme, ma alla fine pagò.»
«Cosa successe?»
«Un nostro uomo fece finta di essere uno spacciatore alla ricerca di merce. Si fece qualche giro, cercò le persone giuste, fino a quando non incontrò un intermediario che la sapeva lunga, uno che operava nel nord-est. Si chiamava Manuel e si rivelò il nostro uomo. Non ci disse esplicitamente che lavorava per i Parise, ma gli indizi erano belli grossi. Diceva che il suo fornitore era uno importante, che abitava in Germania e che preferiva gestire le cose da distante perché era più sicuro.»
«Non mi sembrano prove così schiaccianti.»
«In pratica confessò la cosa col tempo. Quel tizio era troppo sicuro di sé. Nel periodo in cui trattava con noi, lo facemmo incontrare con un altro agente sotto copertura che faceva finta di essere uno che aveva della roba da piazzare e nel frattempo doveva cercare di farci amicizia. Ci riuscì. E ogni cosa che ci andava dicendo del suo fornitore non faceva altro che confermare che poteva trattarsi di Frank Parise in persona.»
«E gli avete creduto?»
«Non avevamo molte alternative. Era una pista, non c’erano indizi contrari, dovevamo seguirla.»
Mi alzai dal water e mi sciacquai il viso con acqua fredda. La faccia si stava intorpidendo.
«Bene, manca il passaggio da Manuel a me» dissi.
«Pedinammo Manuel ovunque. Non faceva niente di sospetto. Gestiva la sua attività, incontrava un po’ di gente al bar, spendeva soldi in giro. Di Parise neanche l’ombra. Per un mese abbiamo sospettato di aver preso un abbaglio. Finché un giorno non ricevette una telefonata.»
«Da chi?»
«Questo non so dirtelo. L’unica cosa che so per certo è che quello è stato l’esatto momento in cui tu sei entrato nella nostra storia.»
Mi leccai le labbra e sospirai.
«Bene…»

«Dopo quella telefonata cambiò decisamente umore. Al nostro amico confessò che c’era uno stronzo che l’aveva combinata grossa e doveva pagare.»
«Parlava di me» sussurrai.
«Sì. Gli disse anche che purtroppo doveva aspettare una persona dalla Germania per fare qualcosa, non poteva agire da solo. Nel frattempo, però voleva divertirsi un po’.»
«Che voleva dire? Non ha detto altro?»
«Rimase sul vago. Dopo qualche giorno, però comparve a casa tua.»
Dovetti sedermi di nuovo per non cadere.
«Per spaccare la finestra del salotto, immagino.»
«Già…e poco dopo è tornato. Per fare cosa lo sai meglio di me…»
Ebbi un flash della testa di Lemmy sul letto e chiusi gli occhi per il disgusto.
«Stai bene?» mi domandò Anderlecht.
«Sì, sì, tranquillo. Va avanti.»
«Insomma, alla fine abbiamo pensato che valesse la pena rischiare. La persona che doveva arrivare dalla Germania poteva essere proprio Frank Parise. A quel punto tu eri diventato ciò di cui avevamo bisogno.»
Queste ultime parole mi entrarono in testa senza attenzione. Il cervello aveva iniziato a macinare da solo. L’immagine di Lemmy ne aveva trascinate altre. Il vetro rotto, il sangue, i messaggi. I messaggi. Firmati M.Parise. Manuel? Manuel Parise?
«I messaggi che mi aveva lasciato quel Manuel erano firmati “M. Parise“» dissi.
Anderlecht rimase sorpreso.
«Manuel Parise…» bisbigliò. «È possibile.»
Mi misi le mani nei capelli. Mi alzai. Avevo ancora bisogno d’acqua. Bevvi dal rubinetto, poi mi voltai e mi appoggiai al lavandino.
«Ricapitoliamo. Voi cercate Frank Parise, trovate Manuel Parise, Manuel Parise dopo che io sono andato a letto con Gaia se la prende con me. Forse anche Frank Parise ce l’ha con me, ma tarda ad arrivare. Quindi voi mi venite a prendere e mi portate a Padova con la scusa della caccia all’obiettivo. Perché?»
«Perché a Padova abitava Manuel Parise. Alias l’obiettivo.»
Una goccia cadde dal rubinetto. La sirena di un’ambulanza suonò da qualche parte lì fuori. Elisabetta mosse le lenzuola.
«Mi avete mandato in cerca di Manuel Parise?»
«Abbiamo scoperto che voleva uscire un po’ dal giro. Aveva avuto dei problemi, era rimasto coinvolto in una rissa e ne era uscito male. Insomma, scelse di trasferirsi a Padova per un po’ e fare un lavoro normale.»
«Lasciami indovinare: il cuoco?»
«Esatto. In realtà, non ha mai smesso di spacciare, anche se con un giro più ristretto.»
«Quindi la fantomatica soffiata sulle mense era in realtà un vostro tentativo di accelerare le operazioni?»
Annuì.
«Manovra che io non condividevo, ma non potevo fare altrimenti.»
Nel bagno c’era una piccola finestra. Decisi di aprirla perché iniziavo a sentire caldo.
«Io non ho capito molto il tuo comportamento in questi mesi» dissi.
«Mi stavi simpatico. Ho sempre pensato che tu fossi una vittima in tutta questa storia. Ho cercato in tutti i modi di proteggerti, come ti avevo promesso.»
«Non ci sei riuscito benissimo.»
«Lo so. Solo che dovevo anche obbedire a degli ordini. E questi ordini sono cambiati progressivamente.»
«Che intendi?»
«All’inizio servivi solo a far venire allo scoperto Frank Parise. Dopo ce la saremmo vista noi. Man mano che i mesi passavano i piani alti hanno iniziato a studiare una nuova strategia. Da semplice esca saresti dovuto diventare una vittima sacrificale. Volevano portarti tra le braccia di Frank Parise. Lui ti avrebbe ucciso e noi lo avremmo incastrato.»

Presi un bel respiro profondo.
«Caspita» fu l’unica cosa che riuscii a dire.
«Credimi, ci ho provato. Non hai idea del casino che ho piantato coi miei superiori. L’unica cosa che ho ottenuto è stata la subordinazione a Celtic.»
«Lo odio quello stronzo.»
«Non che a me stia simpatico.»
«Però alla fine hai seguito gli ordini.»
«Dovevo. E poi speravo sempre che alla fine la faccenda si risolvesse in un altro modo.»
«Beh, in un certo senso sei stato accontentato.»
Sorrise.
«Sì. Quando abbiamo scoperto che l’interesse per te era scemato, la priorità è stata quella di eliminarti. Eri diventato inutile e dannoso. Credo che neanche Manuel sapesse del cambiamento della situazione. Altrimenti ti avrebbe ammazzato lui stesso quando lo hai incontrato.»
«Quindi io adesso sarei dovuto essere morto…»
«Sì, per mano mia.»
«Grazie.»
Chinò il capo e alzò una mano.
«Lascia stare.»
Bevvi un altro sorso d’acqua.
«E i russi?» chiesi. «Quelli che c’entrano?»
Anderlecht si alzò e fece scrocchiare le articolazioni delle braccia.
«Bella domanda. Non siamo mai riusciti a capirlo. Persino i tipi che erano entrati in casa tua non ci hanno voluto dire niente. Li abbiamo interrogati per giorni e non sono mai crollati. Avevano pochi mezzi, ma erano tosti. O forse non sapevano davvero un cazzo.»
Si sentì un altro movimento provenire dal letto di Elisabetta.
«Ora è meglio se andiamo a dormire» disse Andy. «Da qui in poi sarà tutto molto difficile
«Non voglio neanche pensarci.»
Elisabetta provò ad aprire la porta, ma era chiusa a chiave.
«Chi c’è in bagno?» chiese con la voce ancora sporca di sonno.
«Un attimo» le risposi.
«Voi cercate di riposare. Domani mattina cercherò un modo per andarcene da qui» disse Anderlecht.
Aprii la porta. Elisabetta rimase con gli occhi spalancati quando ci vide entrambi in bagno.
«Potevate amoreggiare anche qua. Col mio lavoro ormai non mi scandalizzo di nulla.»
«Perché? Che lavoro fai?» chiese Anderlecht.
«Lascia stare» risposi io. «È tardi per fare certe domande. Andiamo a letto.»
Elisabetta entrò in bagno mentre noi ne uscivamo. Ci sdraiammo con i vestiti addosso. Il soffitto ero chiaro, con qualche macchia.
«Perché lo stai facendo?» domandai.
«Te l’ho detto. Mi sei simpatico e non mi è mai piaciuta questa missione.»
«È la prima che fai?»
«No, ovviamente.»
«Ma non avevi mai disobbedito in questo modo, non è vero?»
«No, ma che c’entra?»
«Perché lo hai fatto per me, allora?»
Era buio. Non lo stavo neanche guardando. Un respiro profondo e stanco fu la sua unica risposta.
«Allora?» lo incalzai.
Lo sciacquone del bagno lo anticipò.
«Lascia stare. È tardi per fare certe domande. Dormiamo.»

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37 – Lo sparo

pistol-3421795_640Quando misi il piede fuori dal portone di casa il tempo era peggiorato di nuovo. Aveva ricominciato a piovere, anche se non con la stessa intensità della mattina.
Per strada c’era poca gente. Passeggiai tranquillo senza che nessuno venisse a dirmi niente. Arrivai davanti al Maldura e passai oltre. Dopo dieci minuti, ero davanti il portone di Elisabetta. Qualcuno però mi aveva preceduto.
«Non dovresti essere qua» disse Anderlecht venendomi incontro.
«Nemmeno tu.»
«Ho ricevuto degli ordini.»
«Dì a Celtic di andare a quel paese.»
«Riferirò. Ora torna a casa.»
«Mi avevi detto che non c’erano problemi.»
«Non decido più niente e come ti ho detto ho ricevuto degli ordini.»
«Avevi detto che mi avresti aiutato.»
«È quello che sto cercando di fare.»
«Evita di prendermi in giro e spostati.»
Gli misi una mano sulla spalla e provai a spostarlo di lato. Rimase immobile e mi spinse indietro.
«Torna a casa» mi intimò.
Mi rifeci avanti, ma beccai un altro spintone, molto più forte del primo. Per poco non caddi a terra.
«Non capisci» sussurrai.
«Sei tu a non aver capito un cazzo. Vattene.»
Presi la rincorsa e cercai di caricare. Non fece una piega. Si spostò di lato, mi afferrò per i fianchi e mi gettò a terra. Tutte le botte che avevo beccato dall’obiettivo si fecero sentire di nuovo.
«Mi fidavo di te» dissi a denti stretti mentre cercavo di reprimere le bestemmie.
«Dovresti farlo ancora.»
«Fottiti. Non riuscirai a fermarmi
«Ti reggi a malapena in piedi. E anche se fossi sano, non avresti una chance. Ti ho addestrato io. Conosco tutte le tue mosse.»
Sorrisi.
«Sicuro?»
Aggrottò le sopracciglia.
«Cosa hai fatto?» chiese avvicinandosi.
«Te l’ho detto. Voglio vedere Elisabetta e non mi fermerai certo tu.»
«Cosa hai fatto?» ripeté lentamente.
Per un secondo mi intimorì.
«Ho mandato un messaggio a Elisabetta poco prima di arrivare. Sta scendendo.»
Si leccò le labbra e si passò una mano tra i capelli. La mano sinistra gli tremava.
«Ti odio» sussurrò.
Si mise una mano dietro la schiena. Tirò fuori la pistola. Me la puntò contro e fece pressione sul grilletto. Si aprì il portone. Si fermò.

«Oddio!» esclamò Elisabetta.
«Ciao Ely…» dissi alzando la mano.
Cambiò posizione e puntò l’arma contro di lei.
«Torna su!» le ordinò.
«Alberto cosa sta succedendo?» mi chiese.
Anderlecht si voltò verso di me con gli occhi sgranati.
«Come cazzo fa a sapere il tuo vero nome?»
«Posso spiegare.»
Mi puntò di nuovo la pistola.
«Sei un fottuto incosciente.»
«Metti via quella pistola, per piacere.»
«Sì, infatti. Cerchiamo di non fare sciocchezze» si intromise Elisabetta.
«Tu stai zitta» la sgridò Anderlecht. «E torna su.»
«Ehi, Andy, sta calmo» dissi.
«Celtic era stato chiaro.»
«Appunto, Celtic. Tu sei più ragionevole di quella bestia. Avevamo un patto io e te.»
«Non decido più niente. Comanda lui.»
Non poteva farmi fuori. Non me. Non lui. Eppure, quella pistola era lì, nera, lucida, con quel buco che mi fissava. Il braccio di Anderlecht era dritto, teso, le vene in rilievo, i muscoli tirati.
Il dito indice scivolò sul grilletto. Fece pressione. Lieve.
«Andy, che stai facendo?» implorai.
Elisabetta era immobile. Si copriva la bocca con le mani. Piangeva.
Ora dirà che è tutto uno scherzo. Ora si metterà a ridere e dirà che mi sta prendendo in giro. Non può farlo sul serio.
«Il nostro patto non è più valido» disse.
Cercavo di indietreggiare. Mi trascinavo all’indietro coi gomiti. Dovevo alzarmi, correre, fuggire. Non poteva spararmi alle spalle. Non lui.
Il buco mi fissava. Distogli lo sguardo da lì e scappa, pensai. Che cazzo sta succedendo?
«Andy…» sussurrai.
Il grilletto si mosse. Si fermò. La pistola si abbassò. Un istante. Poi di nuovo su. E il dito fece pressione. Fino in fondo.
Un ruggito di piombo aggredì l’aria dei portici.
Elisabetta gridò.
Girava tutto.
Non respiravo più.
Anderlecht nemmeno. Immobile. Occhi chiusi. Il buco sempre lì.
La mia testa scivolò all’indietro. Finì per terra. Piano.
Aprii la bocca. L’aria tornò nei polmoni. Respiravo. Forte.
Mi voltai. A pochi centimetri da me il segno di uno sparo. Portai le mani alla testa. Nessuna ferita, nessun buco, niente sangue.
Mi sollevai. Anderlecht era fermo. Braccio teso. Immobile. Occhi chiusi. Il buco era ancora lì.
Elisabetta piangeva. Quando vide che mi stavo muovendo, corse verso di me per abbracciarmi forte. Le sue lacrime mi bagnarono la maglietta mischiandosi al mio sudore.
Si aprì una finestra. Poi un’altra. Poi il rumore di una porta proveniente dalle scale del palazzo di Elisabetta.
Anderlecht finalmente abbassò il braccio. Si guardò intorno. Ripose la pistola dentro i pantaloni. Si avvicinò a noi due e ci sollevò da terra afferrandoci per le maglie.
«Su, presto! Seguitemi» ordinò.
«Dove…» balbettai.
«Le domande dopo. Ora stai zitto e vieni con me.»
Si mise a correre. Lo seguimmo anche se non era per niente facile stargli dietro.

car-1168159_640Arrivammo alla sua auto. Salimmo su, io davanti, Elisabetta dietro. Non guardò nemmeno la strada e partì velocissimo.
Mi distesi sul sedile. Feci un respiro profondo. Poi un altro. Mi voltai verso il sedile posteriore.
«Stai bene?» domandai a Elisabetta.
Annuì. Aveva il fiatone.
Anderlecht prese una rotonda in quinta. Sbalzammo tutti verso destra. Sbattei la testa sul finestrino e imprecai. La cosa non indusse il guidatore a rallentare.
«Ora posso farle le domande?» chiesi.
«Stai zitto» rispose senza manco degnarsi.
Non parlò più nessuno. L’auto procedeva spedita oltre tutti i limiti di velocità. Entrammo in autostrada. Anderlecht si posizionò in terza corsia e diede il massimo del gas. Non durò molto. Uscimmo a Padova Ovest, la prima uscita che incontrammo. Dopo pochi minuti, ci trovammo con lo stadio Euganeo alla nostra sinistra. Entrò nel parcheggio. Era deserto. Scelse un posto e si fermò.
Scese subito dall’auto e iniziò a grattarsi la testa. Io ed Elisabetta ci guardammo perplessi. Scendemmo anche noi.
«Cosa sta succedendo?» chiesi.
Anderlecht infilò una mano in tasca. Tirò fuori un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Continuava a camminare avanti e indietro.
«Ora siamo in due ad essere nella merda.» Alzò la testa e diede un’occhiata ad Elisabetta. «Tre, scusa.»
«Puoi essere un po’ più chiaro?»
Fece un tiro.
«Prima non stavo scherzando, non era una finta. Ti stavo ammazzando sul serio.»
Le gambe si rammollirono per un istante.
«E perché non lo hai fatto?» chiesi.
«Non potevo.»
«Per il nostro patto?»
«Anche. E poi perché tutta questa storia è malata. Lo è stata fin dal principio.»
«Credo di non seguirti.»
Si fermò, fece un altro lungo tiro e soffiò via il fumo.
«Se non ti avessi ammazzato io, ti avrebbero fatto fuori comunque. Eri spacciato.»
«Ma…avevamo scovato l’obiettivo. Dovevo solo…»
Tornò a passeggiare nervoso.
«Fanculo l’obiettivo! Eri tu a dover morire, non lui.»
«Che sta dicendo?» mi chiese Elisabetta, molto più confusa di me.
«Ascolta, Andy. Fermati un secondo. Parliamo con calma. C’è qualcosa che non so che dovrei sapere?»
Andò verso la macchina, aprì la portiera e si sedette.
«La tua missione era una caccia all’uomo» disse massaggiandosi le tempie.
«Questo lo sapevo già.»
«Ma tu non eri il cacciatore. Eri l’esca.»
Mi sentii come se mi avesse sparato davvero in mezzo agli occhi.
«Eh?» reagii senza riuscire ad articolare niente di più profondo.
«L’esca. Tu servivi a far venire allo scoperto il vero obiettivo della Zoratti.»
Vidi lo stadio sullo sfondo roteare intorno a me. Mi appoggiai alla macchina. Girava anche lei. Elisabetta venne a sincerarsi che mi sentissi bene.
«Tutto ok?» domandò mentre si muoveva in modo vorticoso insieme al resto del mondo.
«Più o meno.»
Mi accarezzò la schiena.
«E chi sarebbe il vero obiettivo, allora?» chiese.
Anderlecht diede l’ultimo tiro, gettò per terra la sigaretta e la spense pestandola.
«Frank Parise» declamò.

full-moon-3659317_640Socchiusi gli occhi. Abbassai la testa. Una goccia di sudore scivolò sulla mia guancia e cadde al suolo. Girava ancora tutto. Elisabetta continuava ad accarezzarmi, ma serviva a poco.
«Parise…» sussurrai. «Quei Parise
Si accese un’altra sigaretta.
«Secondo te?»
Diedi un pugno sulla carrozzeria superiore dell’auto.
«Fanculo!»
Anderlecht saltò in piedi.
«Ehi, stiamo calmi con quel tettuccio!»
«Fanculo, te e il tuo tettuccio di merda! Mi avete preso per il culo per mesi!»
«Tranquillizzati.»
«Tranquillizzati? Dici sul serio? Stavi per mandarmi in pasto a quelli che mi vogliono morto e hai anche il coraggio di parlare?» dissi mentre lo affrontavo faccia a faccia.
«Non so se te ne sei accorto, ma ti ho fatto scappare.»
«Mi stavi sparando in faccia!»
«Non mi sembra di averti preso.»
Elisabetta venne verso di noi e si mise in mezzo.
«Ha ragione lui, cerca di calmarti.»
«Non ti ci mettere anche tu! Questa è una questione tra me e loro!»
«Loro un cazzo! Ho disobbedito a un ordine e sono scappato via. Non rientro più in nessun loro» gridò Anderlecht.
Elisabetta mi spinse qualche passo indietro.
«Smettila di urlare e ragiona.»
«Se vi servivo, perché avresti dovuto uccidermi?» domandai mentre ignoravo Elisabetta che cercava altri argomenti per riportarmi alla calma.
«Perché stavi diventando ingestibile. Hai fatto sempre di testa tua. Ti comportavi in modo strano. Non eri affidabile. Ti sei impuntato con questa ragazza e ci hai fatto perdere un sacco di tempo. Inoltre, abbiamo avuto notizie scoraggianti dai nostri informatori vicini a Frank Parise.»
«Cioè?»
«Non sei più una sua priorità. Vuole sempre vederti morto, ma non così tanto come prima. Sei diventato inutile. E ormai sai troppe cose.»
Mi grattai il collo.
«Ma questo Frank…»
«È il grande capo di tutta la baracca, se è questo che stavi per chiedere.»
«Perché ce l’ha con me?»
Andy allargò le braccia.
«Stai chiedendo troppo. Ne so quanto te a questo punto. Sono stato informato sul minimo indispensabile. La Zoratti vuole Parise. Parise vuole te. Noi abbiamo preso te per prendere lui. Non so come, ma lo hai fatto arrabbiare al punto da volerti ammazzare di persona. Noi miravamo a fare accadere questa cosa. Per poterlo cogliere sul fatto e mandarlo in galera. Altro non so.»
Il mondo aveva smesso di girare, ma al turbine si era sostituito un martello che picchiava forte dietro la nuca.
«E l’obiettivo? Cioè…quello che io credevo fosse l’obiettivo?»
«Una persona vicino ai Parise che vive a Padova. Noi ti abbiamo portato in città e ti abbiamo chiesto di cercarlo. Non potevamo agganciare Frank direttamente, ma se l’obiettivo ti avesse visto, sicuramente sarebbe saltato fuori anche lui. Era l’amo col quale farlo abboccare.»
«E io l’esca…» dissi a bassa voce.
«Esatto, l’esca.»
«Temo di avere ancora un sacco di domande da farti.»
«E io ho paura di non avere le risposte.»

night-2080978_640Un sacchetto di patatine vuoto rotolò ai nostri piedi. Un pipistrello volò basso vicino a noi. L’aria si fece fredda. Troppo per stare ancora all’aperto.
«È sicuro stare qua?» chiese Elisabetta stringendo le braccia sul petto per scaldarsi.
«Non più. Mi ero fermato solo per pensare cosa fare. Dobbiamo ripartire.»
«Dove andiamo?»
«Lo so io. Andiamo via.»
Tornammo in macchina e lasciammo il parcheggio. Dopo qualche minuto, eravamo di nuovo in autostrada. Verso Ovest, direzione Milano. Sempre in terza corsia e sempre al massimo della velocità.
Nonostante le cose da dire fossero molte, non ne venne detta nessuna. Elisabetta si era rannicchiata da un lato e guardava fuori dal finestrino. Settimane di seghe mentali per cercare di metterla al sicuro e ora si ritrovava braccata e inseguita insieme a me.
Anderlecht guidava tenendo una mano sul volante e una sul cambio.
«Dispiace se attacco un po’ di musica? Mi aiuta a concentrarmi» disse dopo una decina di minuti.
Nessuno gli rispose e lui prese quel silenzio come un assenso. Accese la radio e cercò una stazione finché non trovò una canzone che gli piacesse. Tenne il volume basso.
Era una ballata rock, con tanto di assolo strappalacrime. Quando finì, lo speaker blaterò qualche minuto di cose senza troppa importanza. Poi lanciò un altro pezzo, in francese.
«È stata la Zoratti a organizzare tutto, vero?» chiesi.
«Sì, lei ha contattato la nostra organizzazione per mettere in piedi tutto quanto» rispose Anderlecht.
«Allora è da lei che dobbiamo andare.»
Partì il ritornello. Una chitarra arpeggiava, mentre una voce femminile sussurrava parole dolci e incomprensibili.
«La fonte di tutto…»
«Hai altre alternative?»
«Potrebbe essere pericoloso.»
«Scappare senza sapere dove sarebbe più sicuro?»
«Non credo.»
Il ritmo della strofa era molto più compassato. In quel punto la voce cantava note più basse, rendendosi più calda e avvolgente, ma sempre molto femminile.
«Dove abita questa Zoratti?» chiese Elisabetta spiando i nostri volti dallo specchietto retrovisore.
«In Francia. Vicino Marsiglia» risposi.
«Beh, possiamo andare da mio nonno allora.»
Io e Anderlecht ci guardammo. Avevo del tutto rimosso che il nonno di Elisabetta abitasse proprio a Marsiglia.
«Potremmo fare tappa lì prima di andare dalla Zoratti» convenne Anderlecht. «Abita proprio in città?»
«Lì vicino.»
«Ely, non sei costretta a farti coinvolgere così tanto» dissi.
«Ormai ci sono dentro e non intendo lasciarti fare altre scemenze da solo.»
«Grazie per la fiducia.»
«Bene, decido io» si intromise Andy. «Si va a Marsiglia.»
Mise un CD nel lettore e alzò il volume. Elisabetta mi accarezzò il braccio fino a stringermi la mano. Le sorrisi.
La missione era finita. L’obiettivo era vivo. Entrambi gli obiettivi. Ma almeno Biagio Niccolai era finalmente morto.

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36 – La decisione

medicine-2897822_640Non persi i sensi. Non potevo.
Passò una decina di minuti prima che qualcuno venisse a darmi una mano. Anderlecht arrivò a bordo della sua auto. Mi caricò, mi sdraiò sul sedile posteriore e ripartì. Durante il viaggio non disse niente e io non avevo né le forze, né la voglia per farlo.
Parcheggiò vicino a casa mia.
«Riesci a camminare?» mi chiese.
Non gli risposi. Mi alzai, aprii la portiera e mi incamminai da solo. Riuscii a fare due passi, poi il dolore mi bloccò. Anderlecht mi raggiunse e mi cinse un braccio dietro la schiena. Mi sorresse fino al portone e poi su per le scale. Entrammo nel mio appartamento e mi lasciai cadere sul divano. Lui andò in cucina e tornò con un bicchiere d’acqua. Bevvi qualche sorso e lo appoggiai sul tavolino.
«Chi ti ha ridotto così?» domandò.
Mi tirai un po’ su.
«Fottiti» risposi.
«Guarda che non sono stato io.»
Lo fissai qualche secondo.
«È stato l’obiettivo.»
Si illuminò.
«Sul serio? È un’ottima notizia.»
«Vaffanculo, mi prendi in giro?»
«La tua missione è scovare l’obiettivo. Non vedo perché non dovrebbe essere una buona notizia.»
«La mia missione è scovare quel figlio di troia e ammazzarlo. Ma lui ha trovato me, mi ha ridotto così e ha minacciato di finire il lavoro molto presto. No, non è una buona notizia
Mi venne una fitta dietro la schiena e feci una smorfia di dolore.
«Stai bene?»
«Fottiti» sussurrai a denti stretti.
Si passò una mano sul volto.
«Ascolta, siamo intervenuti il prima possibile. Ha colto di sorpresa anche noi.»
«Sei davvero così idiota da non arrivarci?» gridai.
«Abbassa la voce.»
«Vaffanculo!»
«Adesso stai esagerando.»
«Fottiti…» ripetei mentre un’altra fitta mi raggiungeva lo stomaco.
Si sedette sulla poltrona e alzò la testa per fissare il soffitto.
«Scusa.»
«Scusa, un cazzo. Quello che è successo è peggio dell’aggressione dei russi. L’obiettivo sa della mia missione, mi pare ovvio.»
«Cosa vuoi insinuare?»
«Non voglio insinuare niente. Per ora.» Alzò le sopracciglia e spalancò gli occhi. «È inutile che mi guardi in quel modo. Se quel tizio è venuto a sapere, qualcuno deve averglielo detto.»
«Beh, noi non siamo stati.»
«Di questa cosa sappiamo solo io, voi e la Zoratti. Io non sono stato e la Zoratti non credo, a meno che non gli piaccia spendere soldi per il cazzo.»
«Fammi capire. Stai insinuando che uno di noi abbia fatto la spia?»
«Ripeto: non voglio insinuare niente. Dico solo che i fatti sono chiari.»
«Spero tu non abbia dubbi su di me.»

Da sdraiato la schiena faceva troppo male. Mi misi seduto.
«Non voglio averne. Avevamo fatto un patto. Anche se non mi sembra granché rispettato.»
«Sto facendo del mio meglio.»
«Allora, vaffanculo! Ho trovato un energumeno pronto a menarmi in casa e un altro per strada che c’è pure riuscito. Forse dovresti impegnarti di più.»
Non replicò. Si alzò e andò a guardare fuori dalla finestra. Nessuno disse niente per qualche minuto. Accesi il televisore. Volume minimo.
«Cosa ti ha fatto Celtic?» chiesi.
Ci mise qualche secondo per assimilare quanto gli avevo chiesto.
«Niente» rispose.
«La sua versione dei fatti mi pareva differente.»
«Abbiamo avuto una discussione, ok?»
«Riguardo a cosa?»
«Riguardo a cose che non ti riguardano.»
Stavo per mandarlo a quel paese per l’ennesima volta, ma lasciai stare.
«In questa storia, tutto quello che succede mi riguarda.»
Tornò alla poltrona, ma non si sedette.
«Secondo lui sono stato troppo paziente nei tuoi confronti.»
«Mi aveva accennato a qualcosa di simile.»
«Ottimo.»
Guardai lo schermo.
«Non so più se posso fidarmi di voi. Di Celtic non di sicuro, di te…»
«Non è stato Celtic a fare la spia, se è questo che vuoi dire.»
«Ammetto di averlo pensato.»
«Non è stato lui e non è stato nemmeno Everton. Nessuno di noi.»
«Lo spero.»
«Vuoi dell’altra acqua?»
«Sì, grazie.»
Andò a prendere una bottiglia in frigo e la mise sul tavolino.
«Mi sa che devo andare» disse controllando l’orologio.
«Ehi, un attimo. Cosa facciamo ora?»
«Per prima cosa cerca di stare tranquillo per un paio di giorni. Devi riprenderti. Domani ti manderemo un medico.»
«Bene. E dopo?»
«Dopo penseremo a come prendere l’obiettivo.»
«Sempre che lui non trovi prima me.»
«Non succederà.»
«Meriteresti di essere mandato ancora a fanculo per questa frase, lo sai?»
«Faccio finta che tu l’abbia fatto.»
«Gentile da parte tua.»
Mi mise una mano sulla spalla.
«Sta tranquillo. Siamo quasi alla fine
«Sono stanco.»
«Riposati. Io vado.»
Chiusi gli occhi, scivolai sullo schienale e sistemai i piedi sul tavolino. Lui si diresse verso l’uscita. Sentii la porta aprirsi. Non richiudersi.
«Sei davvero in gamba» disse.
La porta si chiuse. Dopo poco mi addormentai.

Il dottore si presentò la mattina del giorno dopo. Mi visitò, controllò i lividi, mi tastò dappertutto. La sua diagnosi era che non avevo niente di rotto. Bastava che stessi a riposo qualche giorno e mi sarei ripreso senza problemi. Non disse come si chiamava, né mi fece domande.
Mentre cercavo di guardare la televisione, visto che era l’unica cosa per cui avevo le forze, mi arrivò un messaggio di Tina.
“Ciao. Come stai? Novità?”
Mi ero dimenticato la storiella dell’incidente.
“Ciao. Tutto bene. Abbiamo preso un bello spavento, ma ora sta bene. Qualche ammaccatura, ma si riprenderà”.
“Ah, bene! Sono contentissima!”
“Purtroppo, la macchina è distrutta.”
Ormai tanto valeva condire. E poi la mia auto era al sicuro davanti casa. Fortunato come ero poteva anche cadergli sopra un asteroide, ma decisi di sfidare le probabilità.
“Beh, ma che ti frega? L’importante è che tua madre stia bene!”
“Giusto!”
A quel punto mi tornò in mente dove ero stato pestato e perché mi trovassi in quel posto. Mandai subito un altro messaggio prima ancora che Tina potesse rispondere.
“Ieri sera come è andata?”
“Bene! A parte la tua assenza è stata una bellissima serata!
Non feci in tempo a rispondere che arrivò subito un altro messaggio.
“Elisabetta era molto dispiaciuta per la tua assenza. E non solo per tua madre…”
“Immagino.”
“Ha legato molto con Gaia! Hanno parlottato tutta sera!”
Un secondo, pensai. Biagio non sa che Gaia ci chiama Gaia.
“Gaia…?”
“Sì, l’amica di Gianfranco!”
“Ah, sì? E che si dicevano?”
“Boh! Però sono sicura che abbiano parlato molto di te!”
Non sapevo se prenderla come una notizia buona, come una notizia cattiva o come una sciagura.
“Però…beh, devo ringraziarti per avere organizzato tutto. Peccato sia stato inutile.”
“Ma va, tranquillo! Possiamo sempre fare un’altra cena!”
“Certo! Beh, dai, ora ti saluto che vado in ospedale. Ci sentiamo presto, ok?”
“Ok! Salutami tanto tua mamma! Anche se non mi conosce 😊. A presto!”
“A presto!”

cookies-572433_640Gettai il telefono sul tavolino, spensi il televisore e mi alzai per andare verso la zona cucina. Tre metri di strada e due dozzine di bestemmie. Cercai un pentolino, lo riempii d’acqua e lo misi sul fuoco. Trovai nella dispensa un pacchetto di biscotti di cui non volli sapere la data di scadenza. Quando l’acqua iniziò a imperlarsi, la versai in una tazza dove avevo già messo un filtro per il tè. Inzuppai il primo biscotto.
Sentivo un grosso groppo sullo stomaco, ma quello che stavo mangiando non c’entrava. Non ancora almeno. Stavo metabolizzando. L’obiettivo, la missione, quello che era successo la sera prima, il dialogo con Anderlecht. Gli ultimi pezzi stavano andando al loro posto. Tutto stava per finire. Non proprio nel modo che avevo immaginato, ma cambiava poco.
In qualsiasi caso, non avrei più rivisto Elisabetta.
Finii i miei biscotti e andai a recuperare il cellulare per le telefonate importanti e chiamai Anderlecht.
«Ciao» disse subito.
«Ciao. Ascoltami, ho bisogno di un favore.»
«Come stai? È passato il medico?»
«Sì, è passato. Stammi a sentire, però.»
«Dimmi.»
Presi fiato.
«Devo vedere Elisabetta per un’ultima volta.»
«Non se ne parla.»
«Fanculo! Tra qualche giorno potrei essere morto. Me lo dovete, cazzo!»
«Non ti dobbiamo niente. Ti stiamo proteggendo da mesi. Basta e avanza.»
«Ah, si è visto come lo fate bene.»
«È pericoloso. Anche per lei.»
«Ti pare che non lo sappia? Ne ho bisogno…»
«No, tu hai bisogno di eliminare l’obiettivo.»
«Non posso farlo se non mi lasciate vedere Elisabetta. Non sarei sereno e finirei per fare una cazzata.»
Sospirò.
«Non avrei mai dovuto lasciarti frequentare quella ragazza.»
«Dovresti ringraziarla. Senza di lei sarei sbroccato.»
«A me sembra il contrario, invece.»
«Mi avete fatto una testa così dicendomi che era diventata solo una causa di distrazione. Bene, ora io vi dico che la sua assenza è anche peggiore. L’ho persa di vista perché mi sono reso conto che la situazione era pericolosa per lei, ma ora che tutto sta per finire, vederla un’ultima volta non può che farmi bene.»
«Sei testardo, eh?»
«Mi arrangio.»
«D’accordo. Ma che sia un incontro breve. E soprattutto che sia l’ultimo.»
«Grazie. Ti devo un favore.»
«Me ne devi molti.»
«Faremo i conti alla fine della missione.»
«Bene. Ora riposati.»
«Sì, mamma.»
«Ciao.»
Mise giù.
Il groppo allo stomaco si attenuò un po’. Per la parte relativa a Elisabetta. Per i biscotti c’era poco da fare.
Tornai sul divano e le mandai un messaggio.
“Ciao! Come stai? Ho bisogno di vederti. Quando sei libera?”
La risposta arrivò dopo venti minuti.
“Scusa, ero in doccia! Tua madre sta bene? Ieri non sapevo che ci saresti stato anche tu. Che cosa state tramando tu e Tina? Comunque, sì, in questi giorni sono abbastanza libera. Quando vuoi. Anche oggi.”
Me la immaginai nuda sotto l’acqua e per poco non risposi immediatamente “vieni qua subito!“. Una fitta alla schiena però mi riportò subito alla realtà.
“Mia madre sta bene, ma è meglio che resti qua a farle compagnia ancora qualche giorno. Domenica sera può andar bene? Di quello che stavamo tramando io e Tina ti racconterò.”
“Ok. Dove ci troviamo?”
“Vengo io a casa tua, va bene?”
“Ottimo! A domenica!”
“A domenica!”
Accesi di nuovo il televisore. Mi misi a guardare un telegiornale. Dopo pochi minuti, mi arrivò un altro messaggio. Era ancora Elisabetta.
“Mi manchi tanto…”
“Anche tu…”
“Ti voglio bene.”
Rimasi col cellulare in mano. Una lineetta lampeggiante mi invitava a scrivere qualcosa. Lasciai perdere.
Guardai la TV per mezz’ora, poi il sonno ebbe la meglio e mi addormentai.

drops-2404441_640Guardare la TV e dormire furono le uniche cose che feci per tutto il resto del sabato. La domenica mattina mi sentivo già molto meglio. Avevo ancora dolore, ma per lo meno riuscivo a deambulare senza bestemmiare.
La giornata era scura. Il cielo pieno di nuvole grigie. Verso le undici cadde qualche goccia. Poco dopo mezzogiorno eravamo già al diluvio.
Passai il pomeriggio a ciondolare per casa, tra il divano e la cucina. Verso le cinque, andai ad affacciarmi alla finestra. Pioveva ancora molto.
Squillò il telefono, quello importante. Numero sconosciuto.
«Pronto?» risposi.
«Buona domenica!»
Non era la voce di Anderlecht.
«Buona domenica anche a te, Celtic…»
«Mi è giunta voce che hai un appuntamento questa sera.»
«Sì, col permesso di Anderlecht, quindi non rompere i coglioni.»
«Li rompo invece. Non hai capito niente di quello che ti ho detto l’ultima volta?»
«Ho già spiegato al tuo amico che ho bisogno di vedere Elisabetta.»
«E io ti ho già spiegato che il tuo amico non decide più un cazzo
«Ok, avrei dovuto chiedere il permesso a te?»
«Sì, avresti dovuto.»
«Posso vedere Elisabetta stasera, papà?»
«No.»
«Fanculo. Che cazzo di problema ti crea?»
«Non puoi e basta. Fine della discussione.»
«Dammi una motivazione.»
«Non puoi e basta. Fine della discussione.»
Chiusi gli occhi, respirai.
«Credi di farmi paura?»
«Io do solo gli ordini. Poi sei libero di avere tutta la paura che vuoi.»
«Non prendo ordini da te. Stasera vedrò Elisabetta.»
«No, non lo farai.»
«Sì, invece.»
Silenzio.
«Non devi neanche avvicinarti a quella ragazza. Intesi?»
Il tono della voce era fermo, perentorio.
«Io faccio quel cazzo che mi pare e stasera andrò a trovare Elisabetta. Provate pure a impedirmelo se volete.»
«Brutto figlio di…» sussurrò.
«Completa pure la frase, non mi offendo.»
«Stammi a sentire, testa di cazzo, tu prova solo a vederti con quella troia della tua amica e sei un uomo morto. Capito? Morto. Non è uno scherzo, faccio sul serio. Sei andato oltre ogni limite. Agisci ancora di testa tua e a casa ti ci portiamo dentro una bara.»
«L’obiettivo era più bravo a minacciare.»
«Fottiti.»
Click.
La seconda minaccia di morte in due giorni.
Tornai alla finestra. La pioggia si stava calmando, ma il cielo rimaneva scuro.
Mi passai le mani tra i capelli. Mi massaggiai le tempie. Feci scrocchiare le spalle.
Presi una decisione.

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35 – Faccia a faccia

cat-987528_640Tina fu efficientissima nell’organizzare la serata che le avevo chiesto. Fece tutto in un paio di giorni. Un venerdì sera, a casa sua, lo stesso menù della volta prima e gli stessi invitati. Più Gaia.
Il piano sarebbe scattato come previsto. Andai in bagno e mi guardai allo specchio. Mi sciacquai il viso, mi sistemai i capelli e andai in salotto. Cercai il cellulare e lo trovai in cucina vicino al lavello.
Dopodiché mi buttai sul divano.
Erano le 20:02. Avrei dovuto essere da Tina da due minuti. Contai fino a dieci e la chiamai.
«Ciao Biagio! Dove sei?» rispose subito.
«Ciao Tina…» dissi con la voce più affranta che riuscissi a simulare.
«Che succede? Ti sento strano.»
«Devo darti una brutta notizia. Non posso venire. È successo un casino.»
«Stai bene?»
«Sì, io sì. Ho ricevuto una telefonata da casa poco fa. Mia madre ha avuto un incidente. Ora è in ospedale. Sto andando in stazione.»
«Oddio! È terribile, mi spiace…»
La reazione di Tina incuriosì le persone con lei. Sentii in sottofondo qualcuno domandare cosa stesse succedendo.
Una voce femminile disse:
«Terribile?»
Le mani si contrassero. Socchiusi gli occhi. La gamba iniziò a tremare. Era lei.
«Gli altri sono già arrivati?» chiesi.
«Sì, sono tutti qui. Mancavi solo tu.»
«Ti richiamo appena ho qualche notizia, ok?»
«Sì, sì, stai tranquillo. Non pensare a noi.»
«Saluta tutti da parte mia.»
«D’accordo. A presto. Cerca di essere forte.»
«Grazie. Ti voglio bene.»
Posai il cellulare vicino a me e distesi le gambe sul tavolino.
Scusa mamma, ma avevo bisogno di una scusa credibile per disertare. E poi è vero che guidi male.

Accesi la televisione, più per avere un sottofondo che per volontà di guardare qualcosa. In quel momento Gaia si trovava nella stessa stanza con Elisabetta.
Non era una prospettiva che mi piacesse, ma era l’unica che mi avrebbe permesso di cogliere informazioni senza espormi in prima persona. Durante la cena avrebbero parlato, forse avrebbero bevuto qualche bicchiere e magari, dopo un po’, con la giusta atmosfera, si sarebbero anche fatte qualche confidenza. A cena terminata io avrei contattato Elisabetta e le avrei chiesto cosa si fossero dette.
Dopo un’ora spensi la televisione e andai a farmi una birra. Camminai su e giù per il salotto con la bottiglia in mano. Poi mi sedetti sulla poltrona. Mi alzai e andai in bagno. Gettai la bottiglia vuota nella spazzatura. Bevvi dell’acqua. Tornai sul divano e accesi di nuovo la televisione. Feci zapping compulsivo per dieci minuti. Presi il cellullare e mandai un SMS a Tina.
Ho parlato con mio padre. Non è grave. Sta bene, ma i dottori dicono che dovrà stare qualche giorno in ospedale. Puoi tranquillizzare tutti. Un bacio. A presto“.
Mi rialzai e passeggiai ancora per qualche kilometro. Dopo pochi minuti, ricevetti risposta.
“Bene, sono contenta! Ti siamo tutti vicini. Fa a tua madre gli auguri di pronta guarigione anche da parte nostra. Un abbraccio”.
Le ventuno e ventitre.
Fanculo, pensai.
Andai in camera, indossai dei jeans e una felpa pulita. Recuperai telefono, chiavi e portafogli e uscii di casa.
Poco dopo ero in Piazza dei Signori. I bar erano pieni di gente e la gente piena di spritz. Passai oltre. Girai in via Manin e proseguii fino a Piazza delle Erbe. Mi lasciai il Palazzo della Ragione alle spalle e andai avanti. Mi ritrovai in via San Francesco. Da qui la strada era tutta dritta.
Incrociai un gruppo di adolescenti mezzi ubriachi, una distinta coppia di mezza età, un ragazzo con un ingombrante massa di dread biondi e due donne sulla trentina con tacchi a spillo altissimi.
Attraversai un ponte e stetti sul marciapiede fino a raggiungere la rotonda della Porta Liviana. Poco più in là, San Prosdocimo e la sua facciata in mattoni.

chevrolet-spark-1736189_640Tina abitava più avanti, in un appartamento sopra il salone di una parrucchiera. La finestra che dava sulla strada era quella del salotto, quella con il balcone dove avevo parlato con Elisabetta. La luce all’interno era accesa.
Attraversai la strada e provai a spiare. C’erano le tende, non si vedeva nulla. Mi sedetti sul marciapiede e restai lì ad aspettare. Mi resi conto che poteva essere pericoloso, quindi mi spostai un paio di metri più a destra, avvicinandomi a una station wagon grigia che poteva essere un buon nascondiglio se qualcuno avesse deciso di affacciarsi.
Due fari illuminarono la strada. Passò un’utilitaria grigia. Qualche secondo, poi altri due fari. Questa volta un furgone bianco con la fiancata tutta strisciata.
Si aprì la finestra.
Mi gettai sulla mia destra, buttandomi pancia a terra sul marciapiede.
«Qualcuno viene a fumarsi una sigaretta?» chiese Gianfranco.
Non riuscii a sentire la risposta, ma doveva essere stata negativa perché non parlò più. Mi sollevai per poter spiare attraverso i finestrini. Era da solo. Stava appoggiato sulla ringhiera e faceva un tiro ogni tanto.
Quella cazzo di sigaretta se la gustò per bene perché stette lì almeno dieci minuti. Diede l’ultima aspirata e gettò il mozzicone per strada. Appena tornò dentro mi rimisi a sedere.
Passò un’altra auto. Un’altra utilitaria grigia, dello stesso modello della precedente.
Fui distratto per qualche minuto da un gatto randagio che si avvicinò per vedere se avessi qualcosa da mangiare, poi mi riconcentrai sul balcone.
La strada si illuminò ancora. Vidi due fari avvicinarsi. L’automobile che mi passò vicino era un’utilitaria grigia. Uguale alle altre. Mentre si allontanava lessi la targa. Il numero centrale a tre cifre era 227.
Tornai a sedere. Il micio fu gentile e mi lasciò il posto vicino alla station wagon. Rimase di fianco a me.

Mi guardai attorno per essere sicuro che non vi fosse nessun pedone in arrivo sul marciapiede. Vidi solo un cestino dal quale spuntava una copia del Corriere dello Sport arrotolata. Dalla mia posizione si leggeva solo una porzione di titolo: “erlecht!“.
Controllai di nuovo di non essere visto e mi alzai verso il cestino. Il giornale era di due giorni prima. C’era stata l’andata della semifinale di Champions e io me ne ero scordato. Il titolo completo era “Impresa Anderlecht!“. I miei amici avevano vinto 1-0 in casa contro il Barcelona. Non è possibile, pensai scuotendo la testa.
Rimisi il giornale nel cestino e tornai a sedere vicino al gatto.
«Miao.»
«Non li sopporti neanche tu, vero?»
«Miao.»
Di nuovo i fari. Il gatto disse qualcos’altro, ma lo ignorai. Ancora l’utilitaria grigia. Scattai in piedi per controllare la targa. Di nuovo 227.
Me ne tornai vicino al gatto e aspettai che passasse di nuovo. Dopo qualche istante si aprì la finestra. Mi gettai ancora dietro la station wagon facendo scappare il mio amico felino.
Erano due voci femminili. Rimasi seduto con la schiena appoggiata sulla portiera, cercando di capire di chi si trattasse.
«Mi spiace che il vostro amico non sia potuto venire» disse una delle due.
Voce calda, avvolgente, delicata. Una goccia di sudore scese sulla tempia sinistra. Gaia.
«Spero non sia nulla di grave. In questo periodo gliene stanno capitando troppe.»
Voce aperta, leggera, intonata. Sospirai. Mi scappò un sorriso. Elisabetta.
«Tipo?»
«Università, impicci vari.»
«In momenti del genere bisogna farsi forza. Purtroppo, ne so qualcosa…»
Non resistetti alla tentazione e spiai attraverso il finestrino. Gaia si stringeva le mani tenendo le braccia lungo il corpo. Guardava lontano, non so dove. Elisabetta le accarezzò la schiena e le disse qualcosa. Non riuscii a capire.
In quel momento scorsi di nuovi la luce dei fari di un’auto. Raggiunsi a carponi il muso della station wagon. Stava passando un’utilitaria grigia. La targa già la conoscete.

waste-3812996_640Gaia ed Elisabetta tornarono in casa, richiamate da Tina. Mi alzai, mi detti una pulita e mi diressi nella direzione verso cui stava procedendo l’auto in loop. Purtroppo, quello che succedeva sul balcone mi aveva distratto e non avevo visto se avesse girato da qualche parte o se avesse proseguito oltre la rotonda.
Mi guardai un po’ attorno, ma non c’era niente. Tornare sotto la finestra era pericoloso. Rimasi lì ad aspettare. Prima di andarmene volevo controllare un’ultima volta.
L’attesa fu breve, ma più lunga rispetto al solito. Dopo poco meno di dieci minuti, l’utilitaria grigia passò di nuovo sotto il balcone di casa di Tina e superò la rotonda. Rallentò e parcheggiò sulla destra, a una decina di metri da vicolo Pontecorvo. Il guidatore rimase nell’abitacolo. Mi avvicinai.
Camminai sul marciapiede dalla parte opposta della strada. Facevo finta di farmi i fatti miei, ma continuavo a sbirciare verso l’auto. Si aprì la portiera.
Scese un uomo abbastanza alto, quasi un metro e novanta. La testa era rasata e le labbra erano incorniciate da un barba lunga e folta. Vestiva con un jeans e una camicia azzurra. Da dove mi trovavo non potevo scorgere altri particolari. Si appoggiò sulla fiancata e parlò al cellulare. Feci finta di dovermi allacciare le scarpe per perdere tempo.
Terminò la telefonata e si infilò in vicolo Pontecorvo.
Ok, è stato bello, ma ora torniamocene a casa che da questa situazione possiamo ricavarne solo guai.
Sarebbe stata la cosa che avrei dovuto pensare.
Seguii il mio uomo dentro il vicolo. Era buio. Non vidi nessuno. Mi fermai davanti a un cancello. Era un vecchio edificio, una specie di mulino in disuso. Una ragazza mi vide sostare lì, senza far niente, e si insospettì.
«Serve aiuto?» chiese.
Era bassa, magra, capelli neri.
«No, scusa» risposi tornando subito verso la strada principale.
La macchina era ancora al suo posto, ma era vuota.
Quel tizio è troppo veloce, pensai.

watch-1031604_640Mi diressi in direzione della rotonda. Solo un controllo, poi lo avrei mandato a quel paese e sarei tornato a casa. A metà strada, un rumore metallico, tipo quello di una lattina che cade al suolo, mi fece voltare. Niente.
«Mi scusi» disse all’improvviso qualcuno comparso davanti a me.
Il cuore si fermò per mezzo secondo dallo spavento.
Era lui.
Rasatura e camicia azzurra.
«L’ho spaventata?» chiese.
«Diciamo che mi ha colto di sorpresa…»
«Posso farle una domanda?»
Fanculo, ha capito che lo stavo pedinando. Cazzo gli racconto?
«Mi sa dire che ore sono?»
Presi il cellulare dalla tasca.
«Certo, sono le…»
Un pugno.
Forte. Diretto. In faccia.
Caddi per terra. Mi toccai la parte superiore del labbro. Era sporca di sangue. L’uomo fece un passo avanti, caricò e mi diede un calcio sullo stomaco.
Mi rannicchiai su me stesso, cercando di metabolizzare il dolore. Arrivò un altro calcio, poi un terzo, un quarto. Il quinto mi colpì alla schiena, tagliandomi il respiro.
«Il coraggio non ti manca, devo riconoscerlo» disse.
Il coraggio di dirti che sono quasi le undici?
Volevo rispondere, ma l’unica cosa che articolai fu un rantolo e uno sputo sporco di sangue.
«Farti trovare qua…o sei un pazzo, o sei masochista…» aggiunse mentre si rimboccava le maniche della camicia.
Appoggiai le mani per terra per sollevarmi, ma rimasi bloccato a carponi. Troppo forte il dolore alla schiena.
«Non so di cosa tu stia parlando…» riuscii a biascicare.
La sua risposta fu un altro calcio sullo stomaco. Di punta. Caddi di nuovo al suolo.
«Ho capito. Sei un pazzo masochista.»
Ero supino, la guancia appoggiata al marciapiede. Stavo sanguinando e la vista scemava. Socchiusi gli occhi. Meglio non vedere.
No, impossibile. Un altro dolore acuto mi trafisse il cervello. Il piede dell’uomo era sopra la mia mano. Faceva pressione sulle dita e torceva l’appoggio come se stesse spegnendo una sigaretta.
Poi arrivò un altro calcio sul fianco.
«Ascoltami bene» disse. Altro calcio. «Tu morirai. Ma purtroppo non posso essere io ad avere il privilegio di ammazzarti. Prendi questo come un altro avvertimento. Hai la possibilità di scappare. Fossi in te aspetterei la sorte con dignità, ma fai come ti pare. In ogni caso sei morto. Ora sappiamo dove sei.»
Altro calcio.
Mi afferrò per i capelli. Mise la faccia a pochi centimetri dalla mia.
Aveva un viso anonimo. Era la tipica faccia che ti sembra sempre di aver visto da qualche altra parte.
Tipo in una foto.
Tipo in una foto dove aveva i capelli ed era senza barba.
Tipo in una foto dove aveva uno sguardo spento, opaco, tipico di chi è abituato a vedere gente che muore.
Tipo quella dell’obiettivo.
«Hai capito bene?» mi chiese.
Non potevo rispondere, avevo la bocca piena di sangue. Aprii le labbra e una massa rossa, impastata con muco e saliva mi scivolò sul mento, sporcando la maglietta.
«Hai capito?» ripeté a voce più alta.
Sputai per terra.
L’obiettivo.
«Hai capito?» disse ancora scandendo meglio e alzando ancora il tono della voce.
L’obiettivo.
Mi pulii la bocca col dorso della mano. Lui mi strinse per le guance e mi sollevò.
«Chi tace acconsente.»
Con un movimento troppo rapido per essere anticipato, mi cinse la nuca e mi scaricò una ginocchiata sullo stomaco. Sputai ancora sangue. Scivolai per terra.
Indossava scarpe sportive nere. Mi scavalcarono e non le vidi più.
La portiera.
Il motore che si avviava.
Cambi di marcia.
Fumo di scarico.
La targa.
227.
L’obiettivo.

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34 – Il piano

objects-315646_640Arrivai in casa e mi buttai sul divano.
Estate scorsa. Un ragazzo. A casa sua. Stupro.
Non poteva essere successo prima. Non avrebbe avuto senso.
E dopo? Magari faceva così con tutti. Li abbordava in discoteca, gli faceva perdere la testa e li trascinava in un tourbillon di sesso scatenato. Magari aveva beccato quello sbagliato e il suo gioco le si era ritorto contro.
Pensai a quell’ipotesi per un po’. Solo dopo qualche minuto mi resi conto che ci stavo indugiando non perché mi convincesse, ma per evitare di pormi una semplice domanda.
E se fossi io?
Presi il cellulare, ma non avevo nessuno da chiamare. Dovevo fare qualcosa, indagare, venirne a capo. Come? In che modo? Ero controllato, braccato. Se Gaia mi avesse visto e riconosciuto? Se io fossi stato sul serio l’uomo che accusava della tentata violenza? Come avrebbe reagito?
No, era tutto troppo pericoloso. Nella mia situazione l’arresto per stupro era una bomba atomica.
Cercai il telecomando sul divano e accesi il televisore.
Gianfranco aveva detto che Gaia sarebbe venuta a Padova. Tina voleva vederla. Elisabetta era amica di Tina. Elisabetta era l’unica persona di cui mi fidassi.
Mi venne acidità di stomaco.
No, non potevo chiedere ancora l’aiuto di Elisabetta. Fuori discussione. Non doveva aiutarmi.
Però poteva.
Spensi la TV e andai a farmi una doccia. Ripensai a quella foto di continuo. Avevo già preso un abbaglio per colpa di una somiglianza straordinaria, non volevo correre il rischio di ricascare in un errore simile.
Mora. Abbronzata. Vita sottile. Seno prosperoso. Capelli neri. Frangetta. Sorriso perfetto.
Gaia.
Lei non era un assassino sconosciuto visto solo su una foto un po’ sgranata. Lei era la donna con la quale avevo vissuto in intimità per una settimana. Non potevo sbagliare. Lei era Gaia.

Era un pomeriggio soleggiato di metà aprile.
Con la scusa che le mie ricerche avevano preso una direzione diversa, saltavo sempre più spesso le lezioni, ma quel giorno non potevo. Avevo da fare. Ero al Liviano, in Aula M, un buco con i posti a sedere ammassati dietro scomodi banchi di legno.
La stanza era quasi buia. La luce era spenta. La professoressa stava proiettando delle immagini di castelli, palazzi e gioielli. Stavo seduto in fondo e facevo finta di stare attento e di prendere appunti.
C’era anche Tina, cinque o sei file davanti alla mia. Scriveva sul suo quaderno e di tanto in tanto scambiava qualche parole con la ragazza che le era di fianco. Non mi aveva ancora visto. Dalla cena a casa sua era passata una settimana. In mezzo c’erano state le vacanze di Pasqua, periodo nel quale ero riuscito a riposarmi e a studiare come stavano le cose.
La lezione terminò e tutti lasciammo l’aula. Aspettai che Tina finisse di chiacchierare con le sue amiche. Presi un caffè alle macchinette e cazzeggiai davanti agli annunci controllando l’entrata.
Dopo un quarto d’ora le ragazze che stavano parlando con Tina la salutarono e se ne andarono. Gettai il bicchiere di plastica nel cestino e andai all’assalto.
«Guarda un po’ chi c’è qua!» dissi cogliendola di sorpresa.
«Ehi! Che ci fai qua?»
«Faccio finta di essere uno studente. Tu?»
«Anche io.»
«Cosa fai ora? Hai ancora lezione?»
Controllò l’ora sul cellulare.
«In teoria sì, ma non ne ho nessuna voglia. Ti va un caffè?»
«Solo se offro io.»
«Non sarò certo io a fermarti.»
Andammo nel bar lì vicino, alla sinistra di Piazza Capitaniato uscendo dal Liviano. Ci sedemmo ad un tavolino e ordinammo un caffè normale per me e un macchiato per lei.
«Ascolta Tina, devo farti le mie scuse» attaccai all’improvviso.
«Per cosa?»
«Per la cena della settimana scorsa. Avevi ragione tu.»
Alzò un sopracciglio e sorrise.
«Parli di Elisabetta?»
Allargai le braccia.
«Sì, di me e Elisabetta.»
Il cameriere portò i due caffè e tornò al bancone.
«Lo sapevo! Dimmi la verità: cosa è successo sul balcone?»
«Ma niente, abbiamo solo parlato. Però è stato bello vederla. Ho capito che voglio riprovarci con lei. Seriamente.»
Batté le mani davanti a sé tutta contenta.
«Oddio, ma è una notizia bellissima! Cosa hai intenzione di fare?»
Mi sollevai entrambe le maniche fin sopra il gomito.
«Beh, sarebbe più giusto dire “cosa abbiamo intenzione di fare”.»
«Non ti facevo tipo da cosa a tre.»
«No, niente triangolo, mi spiace.»
«Peccato.»
«Ho bisogno che tu organizzi un’altra cena.»
«Per incontrarla?»
«Ovvio.»
«Ma non sarebbe meglio che organizzassi una serata solo per voi due?»
Appoggiai un gomito sullo schienale della sedia.
«Hai ragione, però non vorrei correre troppo. Io ed Elisabetta abbiamo vissuto un periodo un po’ così, strano. Vorrei un riavvicinamento graduale.»
Si fermò a riflettere mentre beveva il suo caffè. Poggiò la tazzina sul tavolino e si pulì la bocca con un tovagliolo di carta.
«Ho capito. Beh, penso proprio si possa fare.»
«Sul serio?»
«Ma certo! Tu ed Elisabetta dovete stare insieme.»
Mi sporsi in avanti e le afferrai le mani.
«Grazie. Sei un’amica.»
Le comparve un lieve rossore in volto.
«Lo faccio volentieri.»
«Invita pure chi vuoi. L’importante è che ci sia Elisabetta.»
«Posso chiamare Fabio e Gianfranco.»
«Sicuro. Sono molto simpatici. Mi farebbe piacere rivederli.»
Appoggiò il mento sul palmo della mano e fissò il vuoto in basso alla mia sinistra.
«Vediamo, chi altro potrei chiamare…» rifletté sottovoce.
Devo forzare un po’, pensai.
«Per caso sai se è arrivata l’amica di Gianfranco, quella di cui parlava l’altra volta? Potrebbe essere una buona occasione per rivederla.»
Sgranò gli occhi.
«Giusto! Sì, è arrivata ieri. Mi ha scritto un messaggio. Gli chiederò di portare anche lei.»
«Bene! Tu non dire niente a Elisabetta. Fa come la settimana scorsa. Probabilmente sospetterà qualcosa, ma noi nel dubbio stiamo nell’ombra, ok?»
«Per chi mi hai presa? Sono una professionista di certe cose.»
«Sì, lo so. Ho notato…»
Rise.

office-336368_640«Anzi, sai che ti dico? Le scrivo subito!»
Rovistò nella borsa e tirò fuori il cellulare.
«Brava, meglio non perdere tempo.»
Digitò un paio di tasti e lesse lo schermo per qualche secondo. Rimase con la bocca aperta. Poi scoppiò in un’altra risata, ben più fragorosa della precedente.
«Che succede?» chiese.
«Paride!» esclamò.
«Paride cosa?»
«Ha messo incinta Lebronia!»
«Chi?»
«Dai, la zoccola che si faceva, come si chiamava? Lettonia? Leroia?»
«Littoria…credo…forse…Ma dai? Sul serio?»
«Guarda qua!»
Mi porse il cellulare. Lessi il messaggio di Paride.
Ciao Tina. Lo so che è assurdo venire a chiedere aiuto proprio a te, ma sono disperato e non so a chi rivolgermi. Credo di aver fatto una cazzata con Litonya. Forse è incinta…ti prego, aiutami. Ti voglio bene
«Beh, non è sicuro da quello che c’è scritto» commentai.
«Mi piace pensare che lo sia.»
«Che hai intenzione di fare?»
«Si arrangi. Dopo quello che mi ha fatto non ne voglio più sapere.»
«Secondo te come lo chiamerà?» chiesi sorridendo.
«Ah, l’importante è che non facciano scegliere il nome al nonno materno» rispose Tina scoppiando in un’altra risata subito dopo.
Guardai l’orologio. Erano quasi le cinque.
«Mi sa che devo andare.»
«Di già? Speravo di aspettare con te altri messaggi del bastardo per poterli commentare assieme.»
«Non sai quanto mi piacerebbe, ma devo vedere una persona tra mezz’ora.»
«Va bene, dai. Nel caso terrò buoni i messaggi per la prossima volta che ci vediamo.»
Ci alzammo, pagai il conto e uscimmo insieme. Ci salutammo con due baci sulla guancia.
«Tienimi aggiornato per la cena, ok?» le dissi prima di congedarmi.
«Non ti preoccupare. Lascia fare tutto alla tua Tina!»

Anderlecht mi aspettava per le cinque e mezza in un bar di Viale Codalunga, la strada che dal Maldura portava alla stazione ferroviaria.
Alle 17.25 varcai la soglia del locale. Al bancone c’era un gruppetto di persone che sorseggiava caffè e i primi aperitivi della serata. Alla mia destra un ampio locale coi tavolini. Su uno di questi, quattro ragazze spettegolavano con grandi tazze fumanti in mano. Su un altro, una coppia si scambiava parole dolci. Su un terzo, un uomo stava leggendo un giornale. Anderlecht non c’era.
Il tizio abbassò il giornale, lo piegò e lo posò su un tavolino vicino. Fu allora che lo riconobbi. Era Celtic. Con una mano mi fece cenno di raggiungerlo. Mi sedetti davanti a lui.
Avevo sempre pensato che avesse una faccia da ubriacone. Volto rotondo, pelle chiara che si arrossava con facilità. I capelli erano molto corti, rossicci. Si rasava e data l’evidente stempiatura era chiaro il perché. Le braccia erano robuste. Il petto era largo e sovrastava un accenno di pancia molto solido.
Davanti a sé aveva una mezza pinta di birra chiara.
«Dov’è Anderlecht?» chiesi subito.
«Ha avuto dei problemi di salute» rispose.
«Di che tipo?»
«Del tipo che ti impediscono di andare in giro per bar.»
«Dimmi almeno se è grave.»
«Si riprenderà presto.»
«Ok…»
Il cameriere venne a ordinare e gli chiesi una bottiglia d’acqua naturale.
«Puoi prendere una birra se vuoi. Non fare complimenti. Offro io» disse Celtic quando tornammo a essere soli.
«L’acqua va bene.»
«Beh, come stai?»
«Sto come devo stare.»
Si accigliò.
«Percepisco dell’ostilità nei miei confronti.»
«Non sentirti speciale. Non sei l’unico a cui la riservo.»
«Ah, sì?»
«Cosa vuoi?»
«Le solite cose. Darti la paghetta ed essere aggiornato sui tuoi progressi.»
Feci cadere la borsa sui suoi piedi.
«Sotto il tavolo c’è la mia borsa. Abbassati, fai finta di legarti le scarpe e fa scivolare i soldi lì dentro.»
Sorrise ed eseguì. Mentre era calato, il cameriere mi portò l’acqua.
«Anderlecht me l’aveva detto che stai diventando sempre meno spiritoso» disse tornando su.
«La vita ci rende cinici, la mia poi non ne parliamo
«Novità sull’obiettivo?»
«Ho quasi la certezza che faccia il cuoco in una delle mense.»
Annuì, bevve un sorso di birra e si asciugò le labbra col dorso della mano.
«Quasi?»
«Sto ancora indagando.»
«Ci stai mettendo un po’ troppo tempo.»
«Coi mezzi che ho a disposizione non posso fare di più. E poi me lo avevate detto voi che non c’era fretta.»
«Dico solo che faresti tutto molto più velocemente se non perdessi tempo con quella stupida ragazzina
Stupida ragazzina sarà tua sorella, pensai. E poi vorrei vedere se la chiameresti così dopo averla vista alle prese con Mamadou.

water-drop-830870_640«Faccio quello che posso.»
«Sbagliato. Devi fare quello che diciamo noi. Pensi che non vediamo quello che fai? Gli incontri segreti, i messaggini, le cene. Ti abbiamo già avvisato una volta. Non giocare con la nostra pazienza.»
Bevvi un po’ d’acqua.
«Ribadisco, faccio quello che posso. Comunque, ho fatto dei progressi.»
«Bravo, fanne ancora, ma sbrigati. Se fino adesso hai potuto fare quello che volevi, devi ringraziare Anderlecht. Lui ha voluto darti carta bianca.»
«Questo vuol dire che non ne ho più?»
«Questo vuol dire che ora alcune decisioni le prendo io
«Per questo sei qua al posto suo? Non avevi detto che stava male?»
«Sono vere entrambe le cose. Ora decido io e lui sta male» si voltò a guardare la vetrata alla sua sinistra. «Le due cose sono collegate.»
Un brivido salì lungo le gambe. Bevvi ancora.
«Chi lo ha deciso?»
«Ordini superiori.»
«Fenerbahçe? La Zoratti?»
«Stai facendo troppe domande. Hai saputo quello che dovevi sapere.»
«Che hai fatto ad Anderlecht?»
Si alzò dal tavolo. Afferrò il bicchiere di birra, bevve un ultimo sorso e lo lasciò lì benché fosse ancora mezzo pieno. Tirò fuori una banconota da dieci euro dalla tasca e me la diede.
«Paga tu. A presto.»
«Fottiti…» sussurrai.
Non rispose. Mi lasciò lì e se ne andò.
Scivolai sullo schienale della sedia. Cercai nella borsa il cellulare per le chiamate importanti. Telefonai ad Anderlecht. Dava spento.

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